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I 14 Comandamenti di Steve Jobs

I 14 Comandamenti Steve Jobs by App.assionati Srls

Steve Jobs continua ad essere un caso studiato tuttora in molte scuole di business, come un vero e proprio modello di riferimento.

Creatività, genialità, innovazione tecnologica, strategia economica e leadership: sono alcune delle virtù che hanno segnato la sua immensa fortuna imprenditoriale.

Lo scrittore Walter Isaacson ci rivela in un brillante testo biografico – intitolato semplicemente “Steve Jobs” – le regole e i segreti del suo successo. Vediamoli assieme!

Focus

Decidete cos’è essenziale e cos’è superfluo: concentratevi sui prodotti fondamentali della vostra azienda e sbarazzatevi del resto.

Semplicità

Uno degli slogan di Apple è: “Simplicity is the ultimate sophistication”. iPhone, iPad e iPod sono l’emblema di questo insegnamento.

Eleganza

La creazione di prodotti deve sempre suscitare piacere al momento dell’utilizzo. I vari dispositivi devono integrarsi tra loro e la tecnologia deve aiutare le persone ad evitare perdite di tempo (User Experience).

Innovazione

La chiave del successo non è avere le idee per primi, ma ragionare su quelle vecchie rinnovandole.

Autenticità

La motivazione, per Jobs, deve sempre essere quella di creare prodotti innovativi, grandiosi, non il profitto in sé.

Vision

Ascoltate i bisogni dei clienti. Jobs aveva un’idea molto chiara in merito: “Abbiamo costruito l’iPod per noi stessi e quando fai qualcosa per te stesso o per la tua famiglia o per gli amici allora non puoi fallire”.

Certezza

Jobs faceva in modo che l’impossibile diventasse possibile. Era una persona molto sicura e determinata. “Ce la puoi fare, concentrati”, avrebbe detto.

Giudizio

Le persone giudicano i prodotti prima di tutto in base alla forma e al packaging. Il manico per l’iMac è un costo superfluo? No, affatto, meglio aggiungerlo per rendere il prodotto più comodo.

Tenacia

C’è sempre tempo per rimediare agli errori e per migliorare, chi la dura la vince. Jobs era solito tornare al tavolo da disegno anche quando i prodotti erano già in fase di produzione.

Selettività

Jobs era molto selettivo, voleva nel suo team solo i talenti migliori, persone davvero preparate. La mediocrità era bandita dalla sua azienda.

Collaborazione

Create sinergie positive per lavorare al meglio. Steve Jobs stimolava il brainstorming e l’interazione tra i suoi collaboratori.

Dettagli

I dettagli fanno sempre la differenza, è una regola ormai consolidata. I clienti, oggi molto esigenti, sono abili nel rintracciare eventuali imperfezioni.

Immaginazione

Scienza ed immaginazione devono lavorare di pari passo: le aree del cervello vanno utilizzate in sincronia.

Non Conformità

“Stay hungry, stay foolish” è la concretizzazione di quest’idea di non conformità rispetto alla massa. Dopo tutto innovare significa anche rompere gli schemi, offrire nuove risposte.

Team App.assionati

Cos’è la User Experience secondo Cooper

Cos’è la User Experience secondo Cooper

Riflettere cosa sia la User Experience è un’attività che facciamo costantemente anche noi di App.assionati. Cos’è l’esperienza? Non è banale affermare se l’esperienza utente che stiamo progettando è buona o meno? E a cosa serve?

Pensiamo e siamo interessati a tutti i contributi, opinioni e ai modi con cui rispondere a queste domande.  Ovvio e non è un mistero se vi svegliamo che teniamo in grande considerazione il lavoro e le opinioni di Cooper, per cui, abbiamo deciso di riproporre questo articolo, anche se di qualche anno fa, ed in lingua originale che racconta come Alan Cooper e Chris Noessel, hanno risposto a questi quesiti.

 

What is User Experience Design?

This is the first post in a series of interviews exploring some of the fundamental questions in our field, like what user experience design (UX) is and why it matters to you. In this article, I’ve interviewed Alan Cooper, founder and President of Cooper and Chris Noessel Managing Director at Cooper and co-author of “Make It So: Interaction Design Lessons from Science Fiction”.

UserExeperience

How do you design a digital interaction?

Digital technology must respond in a meaningful way when a user expresses their intent. The job of a user experience designer is making this interaction feel natural and nearly invisible. As people around the world increasingly engage with digital technology on a daily basis, the need for smart UX becomes ever more apparent.

Alan says, “When a complex digital device is easy to understand and use, a UX designer has done their job.” A skilled UX designer understands the goals and mental models of users, along with the nuances of technology. He or she uses this knowledge to shape the behavior of the technology so that it all seems natural to the user, in just the way a talented author makes you forget the narrator.

Defining user experience design

Digital technology isn’t the same as other technologies. For example, chairs are complex machines that provide a service at a user’s request, yet people intuitively know how to use a chair. We understand the purpose and behavior of a chair because we have evolved with them. Unlike chairs, humans have not evolved using digital technology, and as such we don’t instinctively comprehend how it works. The translation of megabytes and code into a deliverable product that fulfills the needs of a user is done through User Experience Design.

Chris likes to say, “UX designers manage this transition by answering three questions: ‘Who are the users?’ ‘How do they use it?’ and, ‘Does it work?’” The designer expresses the users’ goals through research embodied by tools like personas and scenarios. Then the designer creates a system controls and displays, which helps the user achieve his or her goals.

On a project, a UX designer balances the financial goals of the organization against the limits of technology and the personas’ goals. Navigating this collaboration between business, developers, and users can be difficult. Leadership skills and storytelling ability greatly benefit designers so they are able to communicate the value of their design.

What does this mean for you?

The spectacular success of companies like Apple has proven that a great user experience makes the difference between lackluster product performance and market dominance. The investment an organization makes in user experience design rewards them with increased sales and tenacious customer loyalty.

Digital systems already play an enormous role in the world, and that role is growing. More and more analog products have digital components, from automobiles to pill bottles to light bulbs, and that means we have to pay attention to their interaction design and user experience. That’s why it’s paramount to understand the users’ needs. The difference between a smart phone and a dumb one is a smart UX designer.

“The difference between a smart phone and a dumb one is a smart UX designer”.

Prendiamo spunto da queste domande e buona riflessione…#AppGuys!

Fonte Cooper Journal

Un robot di legno per insegnare la programmazione ai bambini

Primo e’ nato dall’interesse comune di Filippo Yacob e di Matteo Loglio di creare dei nuovi strumenti che possano insegnare il  digitale ai bambini. Lo stanno facendo tramite la creazione di prodotti (giochi) in grado di trasformare materie come la programmazione e la robotica in esperienze tangibili che ruotano attorno al gioco fisico. In questa intervista Filippo spiega come la fisicità dei giochi digitali sia un’aspetto importantissimo nell’apprendimento dei più piccoli, che spesso viene ignorato da chi punta troppo su prodotti puramente digitali per risolvere lo stesso problema.

robot

Come fa un robot ad insegnare a programmare?

Il nostro prodotto è il Cubetto Play-Set, che e’ un gioco composto da tre elementi: un robot di legno chiamato Cubetto, un’interfaccia fisica utilizzata per controllare i movimenti di Cubetto, e un set di blocchi colorati se servono da istruzioni. I bambini possono programmare Cubetto creando sequenze di istruzioni usando i blocchi.

Il Play Set e’ studiato per rendere la logica della programmazione accessibile e comprensibile a bambini dai 3 ai 5 anni. I bambini a questa età non sono in grado di astrarre, e quindi di comprendere le basi di cosa significa programmare. Cubetto invece da a loro una referenza fisica e concreta dei comandi che poi Cubetto esegue in un contesto tecnologico… il robot.

Nonostante ciò è importante che il gioco abbia un contesto tecnologico, volevamo rendere il tutto magico, nascondendo appunto la plastica, i circuiti e la meccanica. Abbiamo scelto i legno perche’ e’ un materiale naturale che piace ai bambini, conoscendolo già dalla scuola materna.

Qual è il vostro obiettivo?

Le materie che vogliamo portare nelle scuole e nelle case attraverso i nostri giochi sono sicuramente importantissime per il futuro in cui vivranno le nuove generazioni, senz’altro per lavorare ed essere individui produttivi in un mondo sempre più connesso e dipendente dalla tecnologia, ma sopratutto per essere individui creativi e liberi, in grado di esprimersi controllando e utilizzando la tecnologia e non solo consumandola in maniera passiva.

Perchè il coding è importante?

L’importanza della programmazione sta nel fatto che il mondo in cui viviamo è governato da macchine e tecnologie digitali che parlano attraverso algoritmi e programmi. Dagli ospedali, alle banche, agli aeroporti, ma anche alle industrie creative. La programmazione è la lingua che usiamo per parlare con le macchine, e come ogni altra lingua non è una cosa che si impara da adulti, e’ una cosa che si impara da piccoli. Per dare un’esempio forse un po’ estremo, ma anche molto vero, In futuro il mondo si dividera’ in due gruppi; quelli che seguiranno le macchine, e quelli che controllano le macchine. Personalmente so a quale di questi gruppi preferisco appartengano i miei figli.

Perché avete scelto Londra per lanciare la vostra startup?

Abbiamo deciso di iniziare a Londra dove abito da 15 anni e dove ho fondato una catena di Co-working in East London, e dove Matteo stava per trasferirsi dopo un’anno passato ad Arduino a Torino. Kickstarter ci ha sicuramente aiutato molto ad accelerare l’instaurazione della nostra impresa, ma se avessimo trovato i fondi per iniziare subito avremmo probabilmente saltato il crowd-funding. Ci siamo rivolti a Kickstarter, perche’ inizialmente la nostra idea è sembrata (forse) troppo buffa o ingenua agli investitori con cui parlavano all’inizio del nostro percorso. Kickstarter ci ha sicuramente aiutato a validare la nostra intuizione.

Avete ottenuto 750 mila dollari d’investimento. Come ci siete riusciti?

Dopo la campagna Kickstarter abbiamo continuanto la pre-vendita, raggiungendo 46 paesi e un fatturato di $200mila durante il primo anno di operazioni, giustificando un’ulteriore investimento per espanderci. Sappiamo gia’ dove verranno distribuite le prossime 10,000 unita’ che arriveranno nel 2015 ad esempio, e abbiamo stabilito una buona rete di distribuzione. Al momento abbiamo molta più richiesta di quanto abbiamo stock, e penso sia un’ottima posizione per qualsiasi società, non solo per un’impresa nascente come la nostra.

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Una volta superato l’ostacolo del validare l’Idea, siamo piaciuti ai nostri finanziatori perchè abbiamo messo la distribuzione del nostro prodotto e la sua crescita sempre in primo piano, dimostrandolo tramite clienti disposti a pagare in anticipo per avere Cubetto in anteprima. Sin dal primo giorno abbiamo cercato di comportarci come un business vero invece che come una startup frivola con poca sostanza, e abbiamo finanziato il primo anno di operazioni puramente tramite la vendita.

Il processo per trovare i finanziamenti è stato lungo. Avremmo potuto trovare tutti i 750mila dollari da una solo ente, ma quello che abbiamo voluto fare è stato costruire una rete di finanziatori che hanno portano a Primo più  che semplici soldi. Abbiamo creato una rete di persone con esperienza in ogni parte dell’impresa in cui volevamo supporto, dalla vendita al marketing alla produzione e distribuzione internazionale.

Alla fine un’organizzazione è composta da persone. Sono le persone di cui ti circondi che fanno la differenza, non so le idee o gli strumenti. I finanziamenti sono importanti, ma sono piu’ importanti le persone collegate a questi finanziamenti e le esperienze che portano con loro. Questo e’ forse uno dei consigli che darei a chiunque si possa trovare nella mia posizione.

Il successo sarebbe stato possibile anche in Italia?

Non posso commentare sulla questione Italia. Dal mio punto di vista il mondo è globale e, forse ingenuamente, non vedo confini geografici come una barriera. Forse in Inghilterra la burocrazia permette di muoversi con più efficenza, ma se già si comincia a paragonare e a giustificare il successo o l’insuccesso di un progetto o di una company alla geografia, vuol dire cominciare con un handicap auto-imposto. Penso che avremmo fatto la stessa cosa anche se fossimo basati in Italia, e sicuramente vedo molta positività, voglia di fare e buona volontà anche in Italia.

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Come utilizzerete i finanziamenti?

Ritornando al discorso delle “persone“, stiamo utilizzando i finanziamento per espandere il team creativo. Nel 2015 lancieremo ufficialmente Cubetto alla fiera del Giocattolo di Norimberga e un nuovo prodotto con una prevendita online nel 2015. Stiamo investendo in nuovi prodotti, ma sopratutto nello stabilimento di partnership di distribuzione in ogni nazione, perchè come dimostratosi dai nostri acquirenti, la voglia di portare la tecnologia alle generazioni future non e’ un’iniziativa ben venuta e sentita in tutto il mondo.

Fonte: ischool.startupitalia.eu

Il brainstorming per la progettazione di applicazioni mobili

Brainstorming App.assionati SrlsLe idee migliori sono proprietà comune. (Seneca)

 Cosa significa?

Il brainstorming è una tecnica di creativa di gruppo per far emergere idee volte alla risoluzione di un problema. Spesso erroneamente tradotto come tempesta di idee, in realtà significa “usare il cervello (brain) per prendere d’assalto (storm) un problema”. Sinteticamente consiste, dato un problema, nel proporre ciascuno liberamente soluzioni di ogni tipo (anche strampalate, paradossali o con poco senso apparente) senza che nessuna di esse venga minimamente censurata. La critica ed eventuale selezione interverrà solo in un secondo tempo, terminata la seduta di brainstorming.

Il risultato principale di una sessione di brainstorming può consistere in una nuova e completa soluzione del problema, in una lista di idee per un approccio ad una soluzione successiva, o in una lista di idee che si trasformeranno nella stesura di un programma di lavoro per trovare in seguito una soluzione.

E’ giusto applicarla per sviluppare una nuova pazza App?

La risposta è sì! Molto spesso noi “App.assionati” in qualità di team, ci riuniamo per una nuova sessione di “smoothie ideas” (letteralmente frullato di idee), e a volte ci capita che siamo tappezzati di post-it.

Quando progettiamo un nuovo servizio digitale come una nuova applicazione per smartphone o tablet, la cosa principale che facciamo è proprio di iniziare da un’attività di brainstorming, sfruttiamo questa tecnica per dare voce a tutte le “pazze”  idee di progetti del nostro team.

Essa Consiste in una sessione di immaginazione applicata all’esperienza utente: per cui in questa fase sospendiamo la critica e la censura, per favorire la collaborazione del gruppo al fine di aumentare la produzione di idee e funzionalità che andremo a scremare solo in un secondo momento. La caratteristica principale del brainstorming è che può essere completamente libero oppure guidato da tecniche e giochi (“gamestorming“) di gestione del gruppo, atte ad enfatizzare il nostro lavoro di realizzazione delle interfacce grafiche (mockups).

Nel momento in cui ci riuniamo, cominciamo una fase di apertura, in cui definiamo i possibili punti di contatto tra il “mondo dell’utente” e il servizio che andremo a progettare, per proseguire poi con la prototipazione di categorie e pattern di interazione dell’utente con l’applicazione. Successivamente definiamo i principali punti dell’applicazione, attività fondamentale, procendo a differenziare i requisiti funzionali e i requisiti utente, i desiderata e le attività di rewarding ed engagement. L’engagement è uno dei temi roventi di tutta la progettazione basata sulla user experience e particolarmente importante nel mondo mobile. Noi crediamo fortemente che le app, oltre alle funzionalità devono essere in grado di accrescere e mantenere costante l’attenzione emotiva dell’utente e stimolarne un uso duraturo, attraverso un’esperienza soddisfacente.

Articolo redatto da Team App.assionati.

Come promuovere un prodotto sulla rete?

CitazioneStuartHBritt

Promuovere un prodotto sulla rete risulta essere abbastanza complesso, ma qualsiasi sia la strategia web-marketing che vogliamo adottare, l’importante e’ che teniamo presente sempre questi quattro capisaldi fondamentali:

a)      Posizionamento.

b)      Costruiamo il valore.

c)       Creiamo le basi per una corretta comunicazione sociale.

d)      Ascoltiamo tanto!

Posizionamento

Occorre intercettare coloro che siano interessati al nostro business, a ciò che abbiamo progettato e realizzato. Cerchiamo di capire come queste persone si esprimano e componiamo il messaggio che comunicherà il lancio del nostro prodotto: Sono adolescenti? Sono persone anziane? Sono un’associazione di volontariato? Sono per la maggior parte uomini? La risposta corretta a queste domande ci fornirà informazioni sulla scelta delle parole e la modalità con la quale formuleremo il messaggio promozionale. Occorre che comprendiamo sempre quali siano le risorse maggiormente utilizzate dal target al quale ci rivolgiamo: utilizzo di facebook? blog? forum particolari? Quali esigenze avranno? E noi quali potremmo risolvere?

Costruiamo il valore

Dobbiamo farlo sia online che offline (attività non correlate ad internet). Il valore lo creiamo attraverso i contenuti e le azioni che andremo a proporre al nostro pubblico. Online, ad esempio, possiamo stendere articoli utili a chi li leggerà, che risolvano problemi oppure che suscitino interesse informando, potremmo proporre interviste ad opinion leader sul segmento di mercato a cui ci riferiamo; al di fuori della rete possiamo organizzare workshop, ricchi di novità per chi vi parteciperà, regalando eventuali gadgets utili e/o informativi. Usando delle azioni gratuite potremmo suscitare l’attenzione del potenziale cliente, aumentando la nostra visibilità (passaparola), suscitando fiducia, aumentando la reputazione; ma anche condividendo il nostro sito web che proporrà un servizio o prodotto, oltreche informazione/azione per email. E’ fondamentale riuscire, nel tempo, a creare una propria mailing list da utilizzare per un feeling diretto con il proprio pubblico/consumatori/utenti.

Creiamo le basi per una corretta comunicazione sociale

Occorrerà costruire un dialogo interessante e costruttivo con le persone, utilizzando ogni mezzo a nostra disposizione: newsletter/commenti, per fare degli esempi, ma il tutto dovrà essere concepito in maniera informale e inusuale rispetto ai soliti messaggi aziendali. Sarà invece necessario essere meno formali, più diretti fornendo maggiori informazioni, ancora prima che ci vengano richieste e solo successivamente sarà opportuno parlare dei nostri prodotti o servizi.

Ascoltiamo tanto!

Quest’ultima sarà importantissima: ascoltiamo i suggerimenti e gli input che ci giungono dalle persone. Da essi si potrà celare un’idea geniale per il nostro business, un miglioramento impensato, un aspetto al quale non avevamo riservato la giusta importanza o sottovalutato. Ascoltando le persone (leggendo blog, forum, commenti, intervistando, chiedendo) potremmo scoprire necessità che non avevamo preso in considerazione e che la nostra azienda potrà scegliere di soddisfare e generare un nuovo business.

Articolo redatto dal Team App.assionati.

Arriva in Italia PowaTag, l’app per acquistare online sia dal negozio sia partendo da una pubblicità

Il marchio Motivi si accorda con PowaTag e porta anche in Italia l’acquisto tramite applicazione e la spedizione nelle 48 successive sia dall’interno del negozio sia dall’esterno.

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Grazie ad un app si potrà acquistare in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Così il marchio Motivi ha lanciato il suo esperimento con l’applicazione PowaTag, disponibile sia su Apple Store sia su Google Play Store. Contestualmente Motivi ha trasformato il suo negozio principale di Milano in uno ‘smart store’.

PowaTag consente ai consumatori di concludere i propri acquisti tramite smartphone direttamente in negozio, sulle piattaforme online, attraverso le pubblicità su giornali, radio e tv e qualsiasi forma di materiale stampato. Qui un video che ne mostra il funzionamento.

La nuova tecnologia è destinata a rivoluzionare il modo in cui i consumatori acquistano e si relazionano con i marchi. Ai clienti basterà un semplice click per acquistare le ultime tendenze lanciate da Motivi.  Dopo aver scaricato l’app ed effettuata la registrazione in appena un minuto, gli acquisti possono essere completati in pochi secondi, con consegna a domicilio entro 48 ore lavorative. “Il concetto di fast shopping si sposa perfettamente con la filosofia del nostro brand. Siamo pertanto orgogliosi di essere i primi in Italia ad adottare PowaTag, grazie alla quale velocizzeremo e semplificheremo il processo di acquisto”, ha dichiarato Giuseppe Miroglio, presidente dell’omonimo gruppo. “La partnership con PowaTag proietta Motivi nel futuro dello shopping”.

Oltre a Motivi, Powa Technologies ha stretto accordi con più di 800 marchi e rivenditori a livello mondiale e molti altri sono in corso. Siamo entusiasti di collaborare con uno dei principali fashion retailer su scala mondiale, grazie al primo lancio online e offline in Italia di PowaTag,  la libertà di acquisto dei consumatori raggiungerà un livello senza precedenti ”, ha dichiarato il Ceo e fondatore di Powa Technologies Dan Wagner. “È ormai evidente – ha spiegato Wagner – che l’avvento degli smartphone ha modificato il mercato delle vendite al dettaglio. I consumatori desiderano liberarsi dal vincolo del negozio fisico e la nostra tecnologia riflette queste esigenze, fornendo loro possibilità di acquistare in un ambiente multicanale; allo stesso tempo, offre ai retailer la possibilità di interpretare la domanda dei clienti per soddisfarla in tempo reale

Una strategia che non è un unicum ma che al contrario si inserisce nel solco di una tendenza consolidata e fortunata all’estero. Fuori dai non nostri confini infatti non mancano casi di wallet offerti dagli esercenti, come quello della catena di caffetterie Starbucks, che negli Stati Uniti sta registrando numeri interessantissimi, in cui è l’esercente a regolare il funzionamento dell’intero ecosistema e, pur abilitando un minor numero di servizi e meno integrati, può potenzialmente offrire un’esperienza più ricca e differenziata di quanto potrebbe fare aderendo a un ecosistema più aperto.

Anche gli esercenti quindi si preparano ad affrontare il 2105 che sembra essere l’anno buono perché anche il nostro Paese diventi “campo di battaglia” per la guerra commerciale dei borsellini digitali.

Fonte: StartupItalia

Vita più semplice per le startup: solo due all’anno gli adempimenti verso il Registro

Arriva una nuova semplificazione per le nuove imprese innovative. Una circolare appena emanata dal Ministero dello Sviluppo economico (N. 3672 /C del 29 agosto 2014) rende la vita più facile ai neoimprenditori dal punto di vista burocratico. La novità consiste nel ridurre da tre a due all’anno il numero degli adempimenti necessari a startup innovative e incubatori certificatori ai fini dell’aggiornamento dei dati e della conferma dei requisiti che servono per mantenere l’iscrizione nella sezione speciale del Registro delle imprese.

I tre adempimenti per anno solare nei confronti del Registro previsti dal decreto Crescita 2.0 (n.179 del 2012, convertito con la legge 221/2012), che ha introdotto e definito le startup innovative e ha indicato i requisiti per accedere alle agevolazioni previste per questo tipo di nuove imprese, erano:

  • l’aggiornamento delle informazioni fornite in sede di presentazione della domanda d’iscrizione alla sezione speciale del Registro (due adempimenti a cadenza semestrale);
  • l’autocertificazione, entro trenta giorni dall’approvazione del bilancio e comunque entro sei mesi dalla chiusura di ciascun esercizio, del mantenimento del possesso dei requisiti previsti per essere definiti startup innovative (o incubatori certificati), mantenere l’iscrizione al Registro e godere delle agevolazioni previste (un adempimento a cadenza annuale).

Per rendere il tutto più semplice ed evitare incertezze, la circolare ha stabilito che la dichiarazione semestrale può essere effettuata unitamente all’autocertificazione del mantenimento dei requisiti. “In pratica la conferma dei requisiti viene accorpata con uno dei due adempimenti che si fanno ogni sei mesi per il semestre di riferimento. Il tutto, senza rinunciare alla quantità e alla qualità dei dati forniti dalle imprese”, afferma Mattia Corbetta, della Segreteria tecnica del Ministero dello Sviluppo economico.

Nello specifico, si è previsto che il primo aggiornamento delle informazioni venga effettuato entro sei mesi dall’iscrizione della società nella sezione speciale del Registro delle imprese. Poi, a partire dal secondo adempimento, le scadenze per effettuare la dichiarazione semestrale al Registro sono uniformate rispettivamente al 30 giugno e al 31 dicembre di ciascun anno, con la precisazione che il secondo adempimento scade al 30 giugno o al 31 dicembre immediatamente successivo alla scadenza dall’anno dell’iscrizione alla sezione speciale del Registro imprese. In più, per ridurre appunto a due il numero di adempimenti annui, l’autocertificazione del possesso dei requisiti e l’aggiornamento semestrale delle informazioni si dovranno presentare congiuntamente.

La circolare scende nel dettaglio anche fornendo esempi. “Ad esempio – si legge – una società, start-up innovativa o incubatore certificato, che abbia esercizio solare con termine al 31 dicembre di ciascun anno ed approvi il proprio bilancio il 30 aprile 2015, depositerà l’attestazione di mantenimento dei requisiti […] entro 30 giorni, e cioè entro il 30 maggio 2015, e potrà integrare nella stessa l’aggiornamento delle informazioni di cui ai commi 12 e 13 (l’adempimento annuale, ndr) dando così contestuale adempimento all’obbligo di informazione semestrale […] con scadenza al 30 giugno 2015”.

Continuando l’esempio fornito dal documento ministeriale, se la società non approva il bilancio relativo all’esercizio 2014 entro il 30 giugno 2015 ha comunque l’obbligo di attestare il mantenimento dei requisiti entro lo stesso termine semestrale. Nel regolamento ministeriale si trovano inoltre anche indicazioni relative alle società il cui esercizio non coincide con l’anno solare.

Modificare queste norme ha richiesto un lavoro accurato di diversi mesi”, osserva Corbetta. “In quest’esperienza ho imparato che semplificare è possibile. Ma per farlo servono due cose: tenacia, per convincere tutte le parti in gioco che vale la pena dedicare tempo e energie alla causa, e voglia di andare a fondo nelle questioni. Fare semplificazioni richiede analisi certosina, creatività e conoscenza delle regole nel dettaglio. Solo così si possono sezionare chirurgicamente i problemi e trovare soluzioni in grado di arrecare un beneficio”.

On Sept. 15, Google Will Make A Massive Bet Against Apple’s iPhone 6 Strategy

On Monday, Google started sending out press invites to the launch event in India for Android One, its new super-cheap smartphone. 

Google is hoping to deliver a solid smartphone experience for less than $100.

Google’s strategy is to work with smartphone developers in emerging markets and to provide them with up-to-date versions of its free Android software so they can make great phones at low prices. It’s the polar opposite strategy of Apple’s, which has the company gearing up for the release of the iPhone 6, likely to cost $700.

The market for cheap smartphones is burgeoning. In the West, smartphones are ubiquitous, but in the developing world, most people don’t have them.

It is not just Google moving in on the emerging market for budget smartphones. Mozilla is launching a $33 phone in India. Microsoft has pushed down the price of its Windows phone. Xiaomi and Motorola have been launching smartphones in India, too, including the Redmi 1S and Moto E costing Rs 6,999 ($115) and Rs 5,999 ($99) respectively. 

spain android share

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Spain is notoriously dominated by Android.

9to5Google noted that Google had already partnered with manufacturers Karbonn, Micromax, and Spice for the first Android One devices. Karbonn is the manufacturer that made the A50S, the smartphone priced at only $43.

The bet here seems to be that in the future, it will feel weird to pay large sums of money for a phone. Generally, the history of computing shows that prices drop over time even as devices become ever more powerful. Eventually, Google and its Android manufacturers seem to be hoping, people will face a choice: $700 for an iPhone or $100 for an Android that does the same thing.

Some people think that Android phones compete only with other Android phones and that Apple functions like a separate market. In that scenario, Apple is happy to exist as a minority brand as long as the minority it serves remains highly lucrative.

Right now, that strategy is working for Android, too. Apple remains strong in the U.S., where a huge chunk of the market buys iPhones. But in Europe, Android is taking over. In the top five European countries, Apple’s share is only 7% to 11% of the market.

Of course, Apple’s iPhone 6 is likely to be a huge seller — so after Sept. 9 expect these numbers to change dramatically.

Parlare di produttività significa non aver capito il mondo

Parlare di produttività, quando si parla di lavoro, non ha più senso. Non nel mondo contemporaneo, in cui il 70% del lavoro è di tipo intellettuale, e non fisico. Lo spiega Domenico De Masi, sociologo del lavoro e professore alla Sapienza di Roma: ora si ragiona in altri termini, come spiega a Linkiesta. Servono più formazione e motivazione, pochi controlli e più responsabilità. Così si uscirà dalla crisi, dice. E si lavorerà anche meno ore.

Lavoro e produttività, Italia e Germania, ore lavorate e classifiche. Un calderone che è anche un dibattito, ricco di numeri, di idee per uscire dalla crisi e di convinzioni radicate. Il problema è che – si scopre– alcune di queste sono sbagliate, come ad esempio quelle che riguardano la produttività. Lo ricorda Domenico De Masi, sociologo del lavoro e fondatore di S3 Studium. «La produttività è un criterio vecchio», spiega, «al giorno d’oggi non aiuta a definire i ritmi e i risultati del lavoro». Ora che tutto è cambiato, anche le categorie che servono a definire la realtà devono adeguarsi. «Occorrono strumenti nuovi», spiega, «e la società deve imparare ad accoglierli, anche se ci sono molti limiti».

Partirei proprio da qui, dai limiti. Quali sono?
Ce ne sono tanti. Il primo limite è di tipo lessicale. La parola “lavoro” non va più bene.

Perché?
Perché è troppo ampia, e raggruppa in sé concetti molto distanti, che non possono essere considerati, e quindi trattati, nello stesso modo. Il “lavoro”, all’inizio – e parlo dell’Encyclopédie di Voltaire e Diderot – era solo lo sforzo delle viti per entrare nel legno.

E poi?
Poi, con la società industriale, che ha ammassato un numero di persone che prima lavoravano come artigiani in un muro di cinta, è nata la fabbrica, con tanto di organizzazione taylorista e poi fordista nella catena di montaggio. Qui è l’origine dei concetti di produzione e di produttività. E questo era diventato il “lavoro”. Ma si trattava di attività che, per la loro semplicità e ripetitività, deprivavano le persone della loro intelligenza. Erano un’immane gabbia, come diceva Max Weber.

Poi le cose sono cambiate.
Sì. I macchinari sono diventati più sofisticati e hanno incorporato sempre più funzioni. È aumentato il bisogno di specializzazione per poter creare e utilizzare le macchine stesse. Questo ha favorito una riorganizzazione del lavoro: agli operai sono state affidate mansioni più complesse, cercando di venire incontro al bisogno di “intelligenza” dell’essere umano. Anche se poi tutto è stato rivoluzionato, all’inizio degli anni ’70, con l’arrivo del computer. Questo ha comportato un riassetto generale del mondo del lavoro nelle fabbriche: se all’inizio, a metà ottocento, il 6% era dedito a lavoro intellettuale – chiamiamolo così – il 94% svolgeva lavoro manuale. Ora il 70% fa lavori non fisici, e a farlo è solo il 30%. Diciamo che le cose sono cambiate.

Però la parola è rimasta la stessa.
Esatto. A mio avviso, invece, vanno distinte almeno altre due tipologie: si dice lavoro, ma si intende il lavoro fisico, cioè l’operaio – ma anche l’idraulico – e questo è il 30% del mondo del lavoro attuale. Si dice lavoro, ma si intende il lavoro intellettuale e creativo, e penso a giornalisti, scrittori, architetti, studiosi, scienziati, ingegneri. E infine si dice lavoro, ma si intende un altro tipo di attività intellettuali ma ripetitive, come la commessa, l’impiegato di banca o di altri istituti, il segretario. Questi ultimi hanno in comune con la seconda categoria il fatto di essere comunque attività non fisiche, e con la prima di essere ripetitive. Ecco, queste sono le macrocategorie. E servirebbe una parola diversa per ognuna.

Lei ne ha in mente qualcuna?
Al momento, per il lavoro intellettuale, parlerei di “ozio creativo”. Che poi è quello che sta facendo lei, con questa intervista. Un’operazione che richiede sì lavoro, perché sta svolgendo un’attività, ma anche studio, perché sta comunque riflettendo e imparando cose nuove. E poi anche divertimento. Non voglio chiamarlo lavoro, perché non ha nulla a che vedere con il lavoro del minatore, o del cinese che costruisce iPod. È un problema antico: come diceva Conrad: “come faccio a dire a mia moglie che quando guardo alla finestra, io sto lavorando?”. Per uno scrittore, ad esempio, la ricerca dell’ispirazione è parte integrante, anzi direi fondamentale, della sua attività, o del suo lavoro.

Chiaro. Ma adesso veniamo alla produttività.
La produttività, appunto, è la formula di Taylor, per cui la quantità di prodotti viene divisa per il tempo umano impiegato per farli, e definisce l’efficenza. Una formula che è nata nelle fabbriche, e che ora vale per il 30% dei lavoratori, cioè quelli che si dedicano al lavoro fisico. Ma vale solo lì. Non ha senso, invece, applicarla negli uffici.

E perché no?
Perché gli uffici sono una specie di pantano, soprattutto per la creatività, ci sono riti distruttivi e ripetitivi che uccidono le idee. Quelle vengono altrove, in altri momenti. Al cinema, passeggiando, mangiando un gelato, stando con il proprio partner. L’ufficio non è fonte di creatività.

Ma nemmeno quelli della Silicon Valley, con giochi, piscine e aree di relax?
Ma no, quelle sono paraculate! Un modo subdolo che l’azienda utilizza per portare dentro tutto quello che c’è fuori, e quindi non fare uscire i suoi dipendenti. Preferiscono tenere creativi mediocri dentro che averli più brillanti, ma fuori dal loro controllo. Stare in ufficio, ormai, è un rito con una sua intrinseca comicità. Lei, che è in redazione e mi intervista, avrà senz’altro una sua divisa di lavoro, in un certo senso. Io, che in questo momento sto lavorando con lei, sono in mutande e davanti a me ho il mare. È comico, no?

Eh, non me lo dica.
È comico fare cose nuove con metodi vecchi, che poi è il senso profondo di questa crisi. Pensi che nei paesi latini – e intendo Italia, ma anche Spagna e Grecia, e America Latina – c’è l’abitudine a stare due o tre ore in più in ufficio. Si dovrebbe uscire alle sei, e invece si rimane fino alle sette, o alle otto. Una cosa buona? Per niente. Non si resta in ufficio per amore del lavoro, ma semmai per odio del mondo esterno, della famiglia, della società. Una cosa che rovina tutto: in Germania, se si deve uscire alle cinque, si esce alle cinque. E in questo modo si porta il proprio know-how fuori, nel mondo della famiglia, del circolo, degli amici. Si diffonde di più, si lega meglio. Si sta meglio. Ma non solo.

Continui.
Sono almeno due milioni gli italiani che si attardano in ufficio. Un monte ore altissimo, che potrebbe creare 500 mila posti di lavoro. Non è solo tempo buttato, dal momento che non si tratta di zelanti stakanovisti, ma messi insieme, si traduce anche in posti di lavoro bruciati. Spesso quelli dei propri figli.

Ma allora come si può applicare la produttività al lavoro intellettuale?
In teoria si dovrebbe poter guardare al numero di idee avute in un preciso arco di tempo. Ma è una cosa impossibile e ridicola: le idee non sono controllabili nel tempo. Ogni tentativo, ogni metodo di calcolo per il lavoro intellettuale, dall’architetto al giornalista, se basato su questi sistemi, è destinato all’insuccesso. Non funziona, non serve a nulla.

E allora come si fa?
Semplice: spostando la questione dalla quantità alla qualità. Una cosa che cambia tutto. E allora si vedrà che la qualità è direttamente proporzionale a motivazione e intelligenza. O meglio, alla somma tra intelligenza (che è quella che ognuno si trova, e non si può fare molto per cambiarla), professionalità (che è invece la formazione, il know-how di ogni individuo) e la motivazione. Allora, visto che sull’intelligenza di ciascuno non si può intervenire, restano le altre due aree: la formazione, che purtroppo in Italia viene fatta molto nel privato e pochissimo nel pubblico, in modo anche inefficace e inutile, e soprattutto la motivazione.

Allora la domanda si sposta: come si fa a motivare?
Anche qui, ci sono stati 50 anni di studi. E il risultato, per essere sintetici, è questo. Prima si pensava che esistessero due tipi di lavoratori: quelli “motivati”, e quindi collaborativi, e quelli “demotivati”, e quindi conflittuali.

E adesso?
Adesso se ne distinguono – sempre in sintesi – tre: a motivati e demotivati si aggiungono i “neutri”, che non sono conflittuali ma che non fanno nulla di più della sufficienza. Non solo: si è capito che i metodi per trasformare un lavoratore demotivato in un lavoratore motivato sono diversi da quelli che servono per trasformare un lavoratore demotivato in un lavoratore neutro.

Cioè?
Per diventare neutro, per esempio, può servire un aumento di stipendio. O fornire servizi più efficienti, come la mensa o il parcheggio. Tutte cose comode che vengono apprezzate. Ma che non bastano a far diventare motivati i lavoratori. Per capirsi, non è che se continui a dargli più soldi, lui diventa più motivato. E non funziona nemmeno se, invece di una mensa, se ne forniscono tre. È chiaro, no?

Certo. E allora – ancora – come si fa ad avere lavoratori motivati?
Così: serve stimolare la loro creatività. E affidare incarichi di responsabilità. E, soprattutto, il coinvolgimento e la partecipazione nelle decisioni generali. I lavoratori devono anche avere la certezza della carriera, che significa, per loro, sapere che se si lavora bene, si sarà premiati e, al contrario, non si sarà premiati. Nessuno spazio a raccomandazioni e favoritismi. E poco, pochissimo controllo.

Perché?
Perché il legame tra controllo e demotivazione è fortissimo. Più un lavoratore è sottoposto a controlli continui, richiami del capo, insistenze, più è demotivato. Ancora di più, poi, se il controllo è burocratizzato. Io l’avevo detto a Brunetta che inserire i tornelli negli uffici della pubblica amministrazione non sarebbe servito a nulla, e che anzi avrebbe avuto effetti deleteri. Ma lui non mi ha ascoltato. E si è visto.

Ma non è solo una questione di lavori e di attività. Conta anche la convinzione di star facendo qualcosa di importante.
Certo: questo poteva valere per gli impiegati dei grandi uffici, anche anonimi, della Russia sovietica: loro credevano nel sistema ed erano motivati nelle loro operazioni, anche se molto limitate. Ma anche per le suore che vanno nei lebbrosari. Le ideologie, in questo senso, sono fondamentali. Vede, è sbagliato celebrare come un successo la fine delle ideologie: piuttosto, è stato uno dei più grandi harakiri dell’umanità.

Ideologie a parte, come si spiega questo ritardo nel concetto di produttività?
Sono idee che impiegano tempo a penetrare nella società. Ci sono preconcetti, convinzioni sbagliate dure a morire, si ragiona per categorie stagne. Pensi a tutti quegli articoli sui lavoratori tedeschi a confronto con quelli italiani, che non hanno nessun senso. Come si può mettere insieme una badante e un pilota? O un architetto e un vetraio? Che senso ha? Che cosa mi fa capire di più della realtà? Nulla. Eppure è proprio con queste cose, cioè insistendo su percorsi di formazione, di motivazione e non di produttività, intesa in senso antiquato, che si può uscire davvero dalla crisi. Questa è la via, non ce ne sono altre, e mi sembra lampante.

Sembrerebbe di sì. La ringrazio, intanto, per la sua disponibilità.
La ringrazio anche io, e buon lavoro. Anzi, buon ozio creativo.